Riportiamo per gentile concessione l’intervista di Sherwood a Roberto Ferrari, presidente del Porto dei benandanti.


Come descriveresti il festival ad un pubblico che non ha mai conosciuto la lunga storia di questo evento nel corso degli anni.

Notturni di versi – piccolo festival della poesia e delle arti notturne” è nato nel 2005 dall’esperienza dell’Associazione Culturale Porto dei Benandanti, attiva dal 2002 con l’intento di promuovere poesia, arte e pensiero critico come strumenti di dialogo e giustizia sociale, in particolare nei luoghi della fragilità. Fin dall’inizio, il festival ha voluto intrecciare poesia e arti in forme non convenzionali, costruendo un percorso che è giunto oggi alla 21ª edizione, frutto di un lavoro paziente, appassionato, collettivo.
Si tratta di una rassegna itinerante che si svolge ogni estate in luoghi di grande suggestione culturale, storica e paesaggistica del Veneto Orientale e del vicino Friuli-Venezia Giulia: piazze silenziose, cortili nascosti, giardini, gallerie d’arte, stazioni dismesse, oratori, biblioteche, antichi mulini. In questi spazi intimi, che si accendono di senso alla sera, la poesia incontra la musica, l’arte visiva, la performance, il teatro di parola, la fotografia, il canto d’autore.
Non si tratta di un evento mainstream: non si vendono biglietti, non ci sono personaggi noti al grande pubblico. Al contrario, Notturni diversi propone la voce di chi, con rigore e passione, lavora sulla parola poetica e sulla forma d’arte come atto di resistenza e rigenerazione. Ogni serata accoglie in media ottanta spettatori, curiosi e attenti, in ascolto partecipe.
Il festival è gratuito, sostenuto da contributi dei Comuni partner, da fondazioni culturali del territorio e da campagne di crowdfunding. È un laboratorio poetico diffuso che unisce territori, linguaggi e comunità. Una forma di presenza civile e artistica che resiste al rumore e propone, in punta di piedi, nuove possibilità di incontro e pensiero.

Con quali istituzioni e territori collabora il festival? Quanto è importante il legame e le relazioni con il territorio?

«La bellezza salverà il mondo», scriveva Dostoevskij, e Notturni diversi nasce proprio da questa convinzione: che poesia e arti possano rigenerare lo sguardo e offrire, anche nel tempo dell’ipervelocità e del consumo, uno spazio altro, un tempo sospeso, condiviso, fragile e per questo prezioso.
Il festival è frutto di una trama di relazioni profonde con il territorio e le istituzioni. L’Associazione Porto dei Benandanti, che lo promuove da oltre vent’anni, ha tessuto negli anni un dialogo costante con:
    • la Regione del Veneto e la Città metropolitana di Venezia, che hanno sostenuto e riconosciuto l’iniziativa in vari accordi di programma;
    • i Comuni del Veneto Orientale (Portogruaro, Teglio Veneto, Fossalta di Portogruaro, San Michele al Tagliamento) e del vicino Friuli-Venezia Giulia, in particolare San Vito al Tagliamento, ma anche Sesto al Reghena, Gorizia, San Martino del Carso;
    • enti e realtà culturali come Fondazione di VeneziaFondazione Santo Stefano,Biblioteche Civiche, il Centro di Salute Mentale, associazioni culturali e sociali, case editrici e cooperative sociali del territorio.
Queste relazioni non sono un semplice supporto logistico o finanziario, ma la linfa vitale del festival: sono la forma concreta attraverso cui la poesia torna ad abitare i luoghi, cortili, piazze silenziose, stazioni in disuso, ville storiche, parchi ombrosi, e a parlarci in una lingua che non conosce mercato, ma desiderio.
Simone Weil ha scritto «la bellezza è la prova che l’incarnazione è possibile», e incarnarsi, per Notturni di versi, significa scegliere ogni anno spazi carichi di suggestione storica, culturale e paesaggistica, disseminati nel Veneto Orientale e nel vicino Friuli. Ogni luogo viene scelto con cura, vissuto, preparato come una scena discreta per incontri di parola, musica, visioni e pensiero.
Il pubblico è sempre contenuto, partecipe, coinvolto: si tratta di appassionati e addetti ai lavori nel senso più bello del termine, cioè persone che lavorano e ascoltano la parola poetica, che la abitano con passione. Nessun divismo, nessuna vetrina, ma intellettuali, poeti, studiosi e artisti che dialogano fra loro e con la comunità. Ogni evento è gratuito e reso possibile grazie a fondi pubblici, bandi, contributi di Fondazioni venete e campagne di crowdfunding.
Il legame con il territorio, dunque, non è un contorno, ma la condizione stessa di esistenza del festival: il suo respiro più autentico. Come in ogni vero rito, si celebra insieme qualcosa di fragile e di potente: la bellezza che ancora resiste, e resiste proprio perché non urla.

Perché “Liberi tutti” è considerato più di un semplice tema? Perché è importante oggi celebrare l’arte come forma di resistenza e apertura?

Liberi tutti” non è uno slogan né un semplice tema, ma una chiamata alla libertà condivisa, una presa di parola poetica che si fa gesto politico, umano, artistico. È un invito collettivo ad abbattere i muri, interiori, sociali, culturali, e a riscoprire l’arte come spazio vitale dove far fiorire il dissenso creativo e l’empatia.
In questo 2025, anno in cui ricorre l’80° Anniversario della Liberazione dal nazifascismo, “Liberi tutti” assume un significato ancora più denso e necessario. Celebrare l’arte come forma di resistenza significa onorare quella libertà conquistata con coraggio, e ricordare che ogni nuova forma di bellezza è un atto contro l’oblio e la normalizzazione dell’ingiustizia.
Come scriveva Albert Camus, «l’artista è al servizio di coloro che soffrono la storia»; e per questo oggi, di fronte alla banalizzazione del male, alla disumanizzazione quotidiana e alla rimozione del passato, l’arte torna ad essere memoria incarnata e futuro possibile.
“Liberi tutti” è:
    • Un atto di resistenza gentile: come i versi che sussurrano verità dove il rumore offusca, o le immagini che svegliano coscienze là dove il linguaggio fallisce.
    • Un ponte tra generazioni e territori: nella linea sottile che unisce le voci poetiche ai linguaggi delle arti visive, sonore, performative.
    • Una celebrazione della bellezza come diritto universale: perché, come ci ricorda Simone Weil, “la bellezza costringe lo spettatore ad abbandonare il proprio io”. E in questo abbandono nasce l’apertura all’altro, al mondo, alla libertà.
In un tempo in cui il pensiero critico è sotto assedio e l’indifferenza sembra l’unica moneta corrente, Notturni di versi sceglie l’arte come ultimo rifugio del dissenso e della gioia.
Herbert Marcuse ha scritto, «l’arte preserva la promessa della felicità che la realtà ha tradito».
Per questo l’arte oggi è necessaria come l’aria: ci ricorda che un altro mondo, più libero, più giusto e più umano, è ancora possibile.

Quali benefici può avere l’integrazione tra poesia e arti visive in un contesto culturale? In che modo il festival promuove la libertà creativa e la responsabilità collettiva?

L’incontro tra poesia e arti visive genera uno spazio nuovo, in cui i linguaggi si contaminano, si fecondano, si moltiplicano. Le parole si fanno immagini, i segni si fanno suono, la percezione si allarga, il senso si approfondisce. È un atto di apertura: l’arte non più chiusa nei recinti disciplinari, ma capace di costruire legami, visioni e comunità.
Il nostro festival lavora da sempre in questa direzione, promuovendo esperienze artistiche ibride, dove il confine tra spettatore e artista si fa sottile. L’integrazione tra linguaggi è uno strumento potente per coinvolgere, sorprendere e far riflettere. Quando un verso dialoga con una fotografia, quando una voce si intreccia a un disegno di luce, accade qualcosa che scuote e rinnova.
Joseph Beuys diceva:
«Ogni uomo è un artista. Un essere libero, chiamato a partecipare attivamente alla trasformazione e alla ridefinizione delle condizioni che modellano la nostra vita
Ed è proprio questo il cuore del festival: l’arte come atto trasformativo, non solo estetico. Come Beuys sognava una “scultura sociale”, così anche noi pensiamo all’arte come a un organismo collettivo, vivo, che si costruisce nel tempo attraverso i gesti di tutti.
In questo senso, la libertà creativa che promuoviamo non è disimpegno, ma assunzione di responsabilità: ogni artista, ogni poeta, ogni partecipante è chiamato a immaginare il mondo, e quindi anche a cambiarlo.
Ancora Beuys:
«Solo l’arte può smantellare gli effetti repressivi di un sistema sociale senile… per costruire un organismo sociale come opera d’arte.»
Il festival è questo organismo: fragile, visionario, condiviso.
Uno spazio dove la bellezza non è lusso ma diritto, non è intrattenimento ma cura, non è fuga ma resistenza. E dove l’immaginazione diventa, con semplicità, un esercizio di libertà collettiva.

Cosa vi aspettate da questa 21esima edizione?

Ci aspettiamo quello che ci auguriamo ogni anno, con la stessa emozione di sempre: che accada qualcosa di vero.
Che si generi quello spazio fragile e potente dove la parola poetica smette di essere decorazione e torna a essere incontro, ascolto, rivelazione.
Questa 21ª edizione ha un peso simbolico particolare: cade nell’anno dell’80° Anniversario della Liberazione, e il suo titolo “Liberi tutti” è un invito urgente, una chiamata collettiva a pensare e a sentire la libertà come qualcosa che si costruisce insieme, giorno dopo giorno.
Ci aspettiamo momenti in cui l’arte riesca a sorprendere, a toccare, a smuovere. Che ogni evento sia una piccola fessura nel rumore del mondo, da cui possa filtrare luce.
Ci aspettiamo di vedere persone che non si conoscono parlare dopo una lettura, guardarsi davvero dopo una performance, sentire di far parte, anche solo per una sera, di una comunità poetica e resistente.
Ci aspettiamo domande, vibrazioni, dubbi. E magari anche gioia, quella sottile e profonda che nasce quando il bello e il giusto si incontrano.
Più che aspettarci qualcosa, forse, speriamo:
che la poesia continui a essere necessaria.
Che l’arte continui a essere libera.
Che le persone continuino a scegliere l’ascolto.
Che Notturni di versi continui a essere quel piccolo luogo dove tutto questo accade. Anche solo per una notte. Anche solo per pochi versi.

L’intervista si può ascoltare qui.